Poco dopo, lezioso e laccato appare il paesaggio rinascimentale di Neuburg: chiese, palazzi, case patrizie, nobili cortili sembrano uno scenario teatrale storicizzante , quinte stilizzate e artificiali che ricreano sulle sponde del Danubio la grazia dell’arte italiana.
Per il contadino del tardo medioevo che non poteva guardare più in là del campo che arava, l’idea stessa del limes, del Vallo che doveva segnare sino al Mar Nero i confini dell’impero romano, era qualcosa di impensabile e sovrumano e doveva apparire quale opera di forze misteriose.
La nostra storia, la nostra civiltà sono figlie di quel limes. Quelle pietre dicono il grande pathos del confine, della necessità e capacità di darsi forma. L’imperium è argine, difesa, vallo contro la barbarie dell’indistinto, individualità.
Regensburg è un cuore del Sacro Romano Impero, nasce all’insegna della nostalgia del passato….riflesso di uno splendore tramontato che si sogna di far risorgere.

Sulla facciata del mirabile duomo, una selva di figure esce dalla pietra, animali, volti, creature anche favolose o mostruose, una proliferante foresta della vita che rivela una superiore armonia, l’unità della creazione.
La Rosa.
<< La rosa era felice. Andava d’accordo con gli altri fiori. Un giorno la rosa si sentì appassita e stava per morire. Vide un fiore di carta e gli disse: “ Che bella rosa sei! ” - “ Ma io sono un fiore di carta! ” – “ Ma sai che sto per morire? ”
La Rosa ormai era morta e non parlò più.
La favola dice tutto sulla tenerezza del vivere e sull'impenetrabile dolore di morire, ci ricorda che le cose durano un po' più della vita ma che sono anch'esse destinate a svanire. Delle cose vive, si ascolta il loro pianto, il loro desiderio di durare un po' di più, almeno come le cose finte, come le colonne doriche di questo posticcio Walhalla.