OMBRE E LUCI A SALUZZO

 

Saluzzo, piccolo borgo di origine medioevale sorge a ridosso delle colline che dominano la pianura cuneese e la valle del Po. A Ovest immersa spesso tra le nuvole appare la mole massiccia del Monviso; ai suoi piedi ai Piani del Re nasce il fiume più lungo d'Italia.

Il paese di Saluzzo conserva pregevoli testimonianze del passato, palazzi chiese e piazze, ma oggi è lunedi e tutti gli edifici storici sono inesorabilmente chiusi così come quel gioiello cistercense che è l'Abbazia di Staffarda poco distante.

Pazienza, a Dio piacendo torneremo un giorno in questi luoghi per una visita più accurata; per ora ci accontentiamo di percorrere le vie silenziose e deserte.....si, proprio deserte, stupendamente deserte del borgo medioevale. Immagini in bianco e nero, troppo stridente sarebbe il colore per questi silenzi.

 

 

 

Nella parte più moderna del borgo, quella a ridosso della piana, quella risorgimentale nata quando le mura medioevali furono abbattute, la gente corre indaffarata prima della pausa di mezzogiorno. Qui invece, nella parte più antica, quella in collina non vi sono negozi, ma case di abitazione, chiese, conventi, palazzi, qualche torre e pochi locali che oggi sono per l'appunto chiusi. E questo spiega questo piacevole assenza.

 

 

Non resta che godere di questa atmosfera immota e di questa luce, una lama che penetra nei vicoli e costruisce nuove geometrie ad ogni incrocio.

 

 

Scale, lampioni; un'imposta sembra non sia mai stata aperta. Giardini nascosti all'occhio indiscreto del viandante  proiettano le loro ombre sui vicoli. Terrazze deserte sporgono i loro occhi luminosi sulle vie.

 

 

E poi portoni di un legno antico, accanto a muri sbrecciati conducono a piazze dove non s'ode nulla se non il rumore sommesso di una radio....

 

 

Rifletto silenziosamente con me stesso per non rompere l'incanto e mi dico che questo è uno dei luoghi che vorrei abitare....ai piedi del Monviso ai piedi delle montagne che abbiamo cavalcato in questi giorni di luglio.

 

 

La dimensione del paesaggio piemontese, delle sue innumerevoli valli, dei suoi borghi dimenticati, delle sue chiese è affascinante e desta uno stupore che è lungi dallo scomparire. Così è stato nella scorsa estate ai piedi del Gran Paradiso così è stato anche in questa. Sarà forse il turismo poco invasivo, sarà forse la cordialità della gente quella dei rifugi e dei ristoranti, o chissà forse l'aria più paesana e rilassata. Eppure anche qui da noi ci sono valli, monti e boschi, ma sorge qualche dubbio, qualche perplessità quando si osserva l'eccesso d'interventi sui paesi e sul paesaggio naturale specie quello dolomitico costruito oramai più ad uso e consumo del turista piuttosto di chi è destinato a viverci tutto l'anno, più per gli altri che per sè stessi, un gigantesco e assurdo parco divertimenti, una macchina per far soldi e una macchina  notoriamente non ha anima ed alla lunga ci si può stancare...della macchina.

 

 

Sta si fatto che questa Saluzzo invece sembra un paese addormentato e ne percorriamo instancabilmente le vie alla ricerca di nuove suggestioni, nuovi punti d'ombra, nuovi incanti come li ha chiamati il fotografo di Chiusa di Pesio Michele Pellegrino, il Faganello cuneese che meglio di tutti ha saputo immortalare la montagna, i suoi paesi, le sue genti e la spiritualità di queste valli.

 

 

<< Conservare il senso di spazialità non compressa di mura e architetture, utilizzare la luce come un liquido

che sottolinea la geometria degli spazi, punto di fuga verso un viaggio che è anche interiore >>

 

Queste le motivazioni che hanno spinto il fotografo a immortalare fin dagli anni settanta il paesaggio piemontese. E parlo di un paesaggio che è quello rurale, quello dei monti e delle langhe, ma è anche quello dei suoi abitanti e non tralascia neppure quella fetta di umanità che ha preferito vivere a parte, nei monasteri nascosti ai piedi delle Alpi. Un fotografo a tutto campo dunque che ha fatto della fotografia il medium per conoscere e capire la realtà che lo circonda.

 

 

<< Siamo nati per girovagare su quelle colline, senza donne, e le mani tenercele dietro alla schiena >>

                                                                                                                                                            Cesare Pavese, da Antenati

 

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